Coronavirus: perché e come riaprire in sicurezza

Roma – Quando in ballo c’è la salute pubblica ed insieme a questa ci sono gli interessi dell’industria farmaceutica e della grande finanza globale occorre essere molto cauti. Ma proprio per questo non si può non prendere in considerazione ogni strada che porti a debellare il Coronavirus e a riaprire rapidamente le nostre città. Una strada che appare ancora non ben valutata dal sistema sanitario italiano è la cura o almeno il contenimento del Covid 19 attraverso l’eparina, un antinfiammatorio molto diffuso che sta dando buoni riscontri nel combattere la polmonite interstiziale. Eppure ci sono vari riscontri positivi che suggeriscono che questa sia una strada efficace. Vediamo alcuni casi emblematici. All’Ospedale di Castel San Giovanni, a Piacenza, hanno avuto riscontri positivi circa la duplice buona risposta dell’eparina, sia come antinfiammatorio che come anticoagulante. La funzione anticoagulante dell’eparina è decisiva perché previene una delle maggiori complicanze osservate nei pazienti, vale a dire la trombosi diffusa. La sperimentazione fatta a Piacenza ha fornito un trend positivo, confermando, come hanno detto all’Ausl piacentina, “l’utilità dell’impiego in questa patologia”.

Anche il Corriere della Sera ha approfondito questa questione. In una intervista al quotidiano milanese, il Prof. Filippo Drago, docente di Farmacologia e direttore dell’Unità di Farmacologia clinica al Policlinico di Catania ha fornito la seguente spiegazione: «L’uso di eparina nella prevenzione delle complicanze di Covid-19 è stato già studiato in Cina. Esiste l’evidenza che l’infezione possa, fin nelle sue fasi iniziali, ridurre la disponibilità di eparina endogena, poiché il virus si lega in prima istanza a questa sostanza (che interviene nella regolazione del processo di coagulazione del sangue), inattivandola e favorendo così fenomeni trombo-embolici. A questo si aggiunge il fatto che il virus penetra all’interno delle cellule endoteliali degli alveoli polmonari, provocandone la morte, e la reazione infiammatoria del tessuto complica il quadro di danno vascolare. L’evidenza clinica è che i pazienti Covid-19 vanno incontro a morte più probabilmente a causa di un’embolia polmonare (o altri gravi fenomeni trombo-embolici, quali l’infarto del miocardio) che per gli effetti dell’insufficienza respiratoria. Ecco perché è ragionevole pensare all’uso di enoxaparina (un’eparina a basso peso molecolare), in fase sia preventiva che terapeutica. Uno studio clinico, attualmente in fase di approvazione da parte dell’Agenzia del farmaco, prevede il trattamento di 300 pazienti con dosi basse (ad azione preventiva) e medio-alte (azione terapeutica) di enoxaparina per valutare la riduzione dell’incidenza di morte, ma anche dell’aggravamento del quadro clinico e del ricovero in reparti di rianimazione e terapia intensiva».

Sulla stessa lunghezza d’onda è il medico francese Didier Raoult, i cui studi però nel suo caso partono da un’applicazione terapeutica diversa dell’idrossiclorachina, un farmaco antimalarico facente parte degli antireumatici modificati, utilizzato anche contro l’artrite reumatoide.

Prima contestatissimo, forse anche per il suo look anticonvenzionale, oggi Didier Raoult è ascoltatissimo anche dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, che è andato di persona a trovarlo a Marsiglia nel suo centro per capire a che punto stesse la sua ricerca. In questi giorni il Dott. Raoult ha pubblicato i risultati di un nuovo studio condotto su 1.061 pazienti, che è considerato un campione molto vasto dunque scentificamente ineccepibile. Ebbene questa ricerca ha dimostrato che i malati di Coronavirus trattati con l’idrossiclorochina hanno avuto un taso di guarigione del 91%.

“La combinazione di azitromicina idrossiclorochina – ha spiegato il medico francese – se iniziata subito dopo la diagnosi, è un trattamento sicuro ed efficace per COVID-19, con un tasso di mortalità dello 0,5%, in pazienti anziani. Evita il peggioramento ed elimina la persistenza del virus e la contagiosità nella maggior parte dei casi”. Risultati molto importanti che, come dicevamo, gli sono valsi l’attenzione del Presidente della Repubblica francese che lo ha scelto tra gli undici membri del consiglio scientifico Covid-19.

Insomma, come dimostrano questi due studi, vi sono strade alternative per uscire dalla pandemia e così riaprire rapidamente le fabbriche, le attività commerciali, gli uffici e ridare ai cittadini, con tutte le cautele e le tempistiche scaglionate del caso, la loro libertà. In questa direzione vanno le sette richieste al Governo per una graduale riapertura dell’Italia, a partire dalla “progressiva adozione di misure alternative all’isolamento domiciliare generalizzato” con il ricorso “al tracciamento puntuale del contagio”:

Ad avanzarle – come riferisce l’Agi, l’Agenzia Giornalistica Italia – è un gruppo di 150 accademici di varie zone d’Italia che in una lettera aperta propongono anche di sospendere il diritto alla privacy per la raccolta dati necessaria alla gestione dell’emergenza. All’esecutivo viene chiesta con urgenza “una campionatura rappresentativa della popolazione per comprendere la reale estensione del contagio e la letalità del virus” e “la progressiva adozione di misure alternative all’isolamento domiciliare generalizzato, all’interno di una chiara strategia di contenimento della diffusione del virus”.

In particolare si sollecita “il ricorso al tracciamento puntuale del contagio”, l’”identificazione precoce dei positivi con indagini molecolari e sierologiche di massa” e “l’avvio di una produzione su larga scala del materiale necessario per le indagini molecolari e sierologiche”.

Molto preciso l’elenco delle proposte presentato al governo. Vediamole:

  1. Campionatura rappresentativa della popolazione per comprendere la reale estensione del contagio e la letalità del virus
    2. Progressiva adozione di misure alternative all’isolamento domiciliare generalizzato
    3. Identificazione precoce dei positivi con indagini molecolari e sierologiche di massa
    4. Avvio di una produzione su larga scala del materiale necessario per le indagini molecolari e sierologiche.
    5. Obbligo per tutta la popolazione che abbia contatti con il pubblico di indossare mascherine filtranti e protettive.
    6. Sospensione fino al termine della emergenza del diritto alla privacy e della limitazione all’utilizzo dei dati elettronici
    7. L’indicazione di tempi certi a partire dai quali i diritti costituzionali vengano ristabiliti
    8. La condivisione e la pubblicizzazione del piano di governo per il contenimento dell’epidemia e la gestione della fase 2

Tra le misure suggerite – si legge nella nota dell’Agi – ci sono “l’obbligo per tutta la popolazione che abbia contatti con il pubblico di indossare mascherine filtranti e protettive” e la sospensione fino al termine della emergenza “del diritto alla privacy e della limitazione all’utilizzo dei dati elettronici” per le misure necessarie al tracciamento, alla eventuale geolocalizzazione, a rilevazioni epidemiologiche, e alla ricerca. I dati cosi’ raccolti verrebbero distrutti “al termine dell’emergenza fissato per legge”.

Gli accademici chiedono inoltre l’indicazione di “tempi certi a partire dai quali i diritti costituzionali alla libertà di movimento, di riunione e di libera iniziativa privata vengano ristabiliti garantendo condizioni di sicurezza per lavoratori e cittadini”.

L’appello richiede “la condivisione e la pubblicizzazione del piano di governo per il contenimento dell’epidemia e la gestione della fase 2 con modalità tali da rendere aperto il confronto con tutta la comunità scientifica nazionale”.

Tra i firmatari dell’appello ci sono Giuseppe Bertagna, ordinario di Pedagogia all’università di Bergamo; Nicola Casagli, Presidente Istituto Nazionale Oceanografia e di Geofisica Sperimentale; Emanuela Colombo, ordinario di Fisica tecnica industriale al Politecnico di Milano; Paolo Gasparini, ordinario di Genetica medica all’università di Trieste; Vincenzo Giuffrè, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico, all’università di Catania; Francesco Manfredi, prorettore università Jean Monnet a Bari; Giuseppe Valditara, già Capo dipartimento Formazione Superiore e Ricerca del Miur; Antonio Vicino, Presidente Consiglio Universitario Nazionale.

(Associated Medias/red-Giut)