In occasione del Festival del Co-Housing, dedicato alle forme di coabitazione per anziani, Di Cesare ci ha spiegato perché Roma può essere una città pilota nella lotta contro la marginalizzazione sociale

DONATELLA DI CESARE, FILOSOFA

“La polis deve ripartire dal coabitare”. Così Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica alla Sapienza, è intervenuta alla giornata inaugurale del Festival del Co-Housing, il primo grande evento pubblico italiano dedicato alle nuove forme di abitare condiviso per gli anziani ospitato negli spazi romani dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. L’iniziativa, che ha visto la presenza anche del sindaco Roberto Gualtieri, dello scrittore Erri De Luca, del cardinale Vincenzo Paglia, oltre a numerose voci del panorama artistico e musicale, nasce attorno a una domanda urgente per le società contemporanee: come continuare a vivere in modo autonomo e ricco di relazioni con l’avanzare dell’età. Al termine di un intervento che ha avuto la “prossimità” come parola chiave, abbiamo parlato della questione con Donatella Di Cesare, che ci ha spiegato come il co-housing non debba essere solo una soluzione abitativa, ma una vera e propria politica delle relazioni.

Come si fa a costruire una prossimità nelle grandi città?

Il problema è capire qual è l’alternativa, che non è rappresentata solo dalla solitudine, ma consiste nella separazione degli anziani. Anche coloro che hanno una casa finiscono per restare in uno spazio che diventa una sorta di rifugio-prigione. È chiaro che creare relazioni è difficile, ma è indispensabile se non vogliamo che la vita, a un certo punto, si chiuda su sé stessa. Se non vogliamo una politica della separazione, dobbiamo evitare che gli anni della vecchiaia — venti o trenta — si riducano a un’esistenza confinata nella sfera domestica.

Abbiamo bisogno che gli anziani restino, e anzi entrino ancora di più, nello spazio pubblico. È lì che si costruisce la prossimità, è lì che nascono le relazioni, oltre la soglia tra privato e pubblico. Altrimenti la vita dell’anziano rischia di rimanere chiusa esclusivamente nella dimensione privata.

Quindi il co-housing è essenzialmente un nuovo modello relazionale?

Sì, assolutamente. Però, almeno per come lo intendo io, non è soltanto un progetto abitativo concreto, una casa suddivisa tra più persone. È una vera e propria politica delle relazioni: un modo per aprire lo spazio privato a quello pubblico.

Secondo lei, quali sono le modalità effettive per mettere in atto questa politica in una città come Roma?

In una città come Roma è chiaramente difficile, perché tutto dipende dai quartieri. In alcune aree il problema è semplicemente la solitudine: l’anziano resta in casa, spesso senza una rete familiare di supporto. In altre zone, invece, ci sono situazioni di forte marginalità sociale, con persone che vivono anche per strada. Poi ci sono le periferie, dove emerge il problema abitativo: convivenze forzate all’interno del nucleo familiare, spazi inadeguati. Non esiste, quindi, una soluzione unica, una stessa ricetta per tutti. Servono pratiche differenziate, adattate ai contesti.

Tuttavia, proprio una città come Roma può diventare un modello per una politica del co-housing. È una metropoli, ma conserva ancora un cuore popolare, una base di relazioni umane che altrove, in altre città, si è indebolita. Per questo motivo, Roma può essere la realtà giusta per sperimentare: può essere una città pilota, capace di indicare una direzione.

La giornata inaugurale del Festival del Co-Housing ha dato il via a un progetto più ampio di animazione civica e culturale che coinvolgerà il territorio romano fino al 13 giugno 2026.

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