tregua

Gli stretti sono le “valvole” della globalizzazione: se si chiudono o si tassano, si colpiscono commercio, energia e sicurezza. Il diritto internazionale del mare riconosce il passaggio in transito negli stretti usati per la navigazione internazionale e vieta che venga ostacolato o sospeso. Le regole possono garantire sicurezza e tutela ambientale, ma non trasformarsi in pedaggi di fatto: si possono chiedere solo costi per servizi specifici resi alle navi, non un prezzo per il semplice attraversamento

di Guido Talarico

C’è un tema che torna sempre quando le tensioni geopolitiche crescono: gli stretti. Tema che giova riprendere alla luce di quanto sta accadendo tra Iran e Stati Uniti. Li nominiamo come fossero punti su una mappa, ma in realtà sono leve di potere. Dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb, dal Bosforo a Gibilterra, da Malacca ai passaggi che conducono ai grandi canali: in pochi chilometri si decide la velocità (e spesso il costo) con cui si muove il mondo.

Proprio per questo, gli stretti non possono diventare un casello. Se la navigazione attraverso questi colli di bottiglia fosse subordinata a una “tassa di ingresso”, ogni crisi si trasformerebbe in una nuova forma di pressione economica: prima sulle merci, poi sull’energia, infine sul prezzo della vita quotidiana. Non è un’ipotesi astratta: basta che un passaggio rallenti perché assicurazioni, noli, tempi di consegna e prezzi salgano in blocco. E più un passaggio è stretto, più è facile “fare politica” con la logistica.

Qui entra in gioco un principio semplice: la libertà di navigazione non è una concessione, è un pilastro dell’ordine marittimo internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) disciplina gli “stretti usati per la navigazione internazionale” con il regime del transit passage: gli Stati rivieraschi possono adottare norme su sicurezza del traffico, prevenzione dell’inquinamento, pesca, dogane e immigrazione, ma tali norme non devono avere l’effetto pratico di negare o ostacolare il passaggio in transito. E soprattutto: gli Stati che costeggiano questi passaggi non devono intralciare il transito e non è prevista alcuna sospensione del transit passage.

Il punto dei “pedaggi” si chiarisce ancora meglio guardando al principio generale applicato al mare territoriale: non si possono imporre oneri alle navi straniere per il solo fatto di attraversare; si possono invece applicare costi solo come pagamento per servizi specifici resi alla nave (per esempio pilotaggio, rimorchio, assistenza, segnalamenti). Traslato sugli stretti, il messaggio è netto: la sicurezza marittima si gestisce con regole, corridoi, controlli e cooperazione; non con una tariffa “per passare”.

Perché il confine è sottile. Una cosa è chiedere un corrispettivo per un servizio concreto e verificabile. Un’altra è introdurre un costo generalizzato che, di fatto, diventa un deterrente o uno strumento politico. Il rischio è doppio: da un lato si mina la prevedibilità del commercio globale; dall’altro si legittima una logica per cui ogni Paese prova a monetizzare il punto geografico che controlla. E quando questo succede, la navigazione non è più un diritto: diventa una negoziazione permanente.

Difendere la libertà di transito negli stretti significa difendere anche un’idea di stabilità: regole chiare, applicate in modo non discriminatorio, con un obiettivo preciso—la sicurezza—senza trasformare la geografia in un’arma economica. In altre parole: proteggere gli stretti non vuol dire “chiuderli” o “tassarli”; vuol dire renderli più sicuri, più trasparenti, più governati. E soprattutto: tenere aperta la porta del mare.

Questi, in breve, sono i termini della questione da un punto di vista del diritto. Il timore è che Iran, Stati Uniti e i vari attori che stanno negoziando sullo stretto più conteso al mondo in queste ore possano tendere a trovare soluzioni tattiche che violino questi principi cardine del diritto della navigazione. Il che sarebbe un grave e pericoloso precedente. Proviamo ad immaginare per un attimo  cosa accadrebbe ai commerci e alle economie mondiali se anche le nazioni prospicienti Malacca, Gibilterra, Bab el-Mandeb o Bosforo dovessero imporre dazi ai passanti. Sarebbe un disastro dagli esiti nefasti e prevedibili. Il guaio è che alcuni leader mondiali sembrano aver perso il lume della ragione.

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L’articolo Stretti: da Hormuz a Malacca la libertà di passaggio non è un servizio né un favore, ma un diritto proviene da Associated Medias.