Emergono nuovi dettagli sulla strage di Amendolara. Un bracciante afghano sopravvissuto al rogo accusa due uomini fermati dalla Procura: “Hanno gettato benzina e dato fuoco al minivan”. Le indagini puntano sullo sfruttamento dei lavoratori agricoli
La strage di Amendolara assume contorni sempre più drammatici. Dopo il ritrovamento dei quattro braccianti morti carbonizzati all’interno
di un minivan lungo la Statale 106, è emersa l’esistenza di un superstite, un cittadino afghano riuscito a salvarsi sfondando un finestrino mentre il mezzo era avvolto dalle fiamme.
L’uomo, ricoverato con ustioni alle braccia, ha raccontato la sua versione dei fatti ai giornalisti della Tgr Calabria e del Tg1, fornendo agli investigatori elementi che potrebbero risultare decisivi per ricostruire il movente del massacro.
“Hanno lanciato benzina e poi il fuoco”
Secondo la testimonianza del sopravvissuto, i due uomini oggi fermati dalla Procura di Castrovillari avrebbero litigato con le vittime per questioni economiche legate al trasporto dei lavoratori nei campi. Quando i braccianti si sarebbero rifiutati di consegnare altro denaro, i due avrebbero cosparso di benzina il minivan e appiccato il fuoco.
Il superstite sostiene di essere riuscito a salvarsi soltanto rompendo un finestrino e fuggendo dal veicolo pochi istanti prima che le fiamme avvolgessero completamente l’abitacolo.
Fermati due cittadini pakistani
La Procura di Castrovillari ha disposto il fermo di due cittadini pakistani accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato. Gli indagati sono stati interrogati per ore dagli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza prima dell’emissione del provvedimento.
A rafforzare il quadro accusatorio non c’è soltanto la testimonianza del superstite. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio avrebbero infatti documentato momenti compatibili con l’azione criminale. Secondo quanto trapela dalle indagini, i filmati mostrerebbero i sospettati mentre bloccano le portiere del veicolo dall’esterno e si allontanano dopo l’innesco dell’incendio.
Lo sfondo dello sfruttamento nei campi
Il racconto del cittadino afghano apre anche uno squarcio sulle condizioni di vita dei lavoratori stranieri impiegati nell’agricoltura della zona.
L’uomo ha riferito che lui e altri braccianti ricevevano alloggio e cibo ma non il compenso promesso per il lavoro svolto. Ha inoltre denunciato minacce e intimidazioni, parlando di un sistema di sfruttamento che coinvolgerebbe migranti vulnerabili impiegati nei campi della Sibaritide e del Metapontino.
Secondo la sua versione, alcune delle vittime chiedevano una regolarizzazione contrattuale e il pagamento delle somme dovute. Una richiesta che potrebbe aver innescato il conflitto culminato nella tragedia.
Chi erano le vittime
Sull’identità delle persone morte restano ancora alcuni aspetti da chiarire. In un primo momento le vittime erano state indicate come cittadini pakistani, ma il superstite ha dichiarato che almeno tre dei quattro braccianti uccisi erano afghani.
Gli accertamenti ufficiali sono ancora in corso e saranno le attività di identificazione disposte dalla Procura a stabilire con precisione nazionalità e generalità delle vittime.
Attesa per la conferenza della Procura
Gli investigatori continuano a raccogliere elementi e testimonianze per definire con esattezza la dinamica dei fatti e accertare eventuali ulteriori responsabilità. Il procuratore di Castrovillari Alessandro D’Alessio ha annunciato una conferenza stampa per illustrare gli sviluppi dell’inchiesta e i dettagli emersi dalle prime indagini.
La strage di Amendolara, oltre all’orrore dell’omicidio, riporta al centro dell’attenzione il tema dello sfruttamento dei lavoratori migranti nelle campagne italiane e delle condizioni in cui molti di loro vivono e lavorano.
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