La Corte Costituzionale dichiara ammissibile il conflitto tra Senato e Procura di Milano nel caso Santanchè. Al centro della vicenda l’utilizzo di chat, email e messaggi acquisiti senza autorizzazione parlamentare
La Corte Costituzionale ha ritenuto ammissibile il conflitto di attribuzione sollevato dal Senato nei confronti della Procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge la senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè.
La decisione non rappresenta ancora una pronuncia sul merito della vicenda, ma certifica l’esistenza di una controversia istituzionale che merita di essere esaminata dai giudici costituzionali. Il nodo riguarda l’acquisizione di messaggi, email e altre comunicazioni elettroniche utilizzate dagli inquirenti durante le indagini.
Ora il procedimento entrerà nella fase successiva, con lo scambio di memorie tra le parti e la successiva udienza davanti alla Consulta.
Lo scontro tra Palazzo Madama e i magistrati milanesi
La questione nasce dall’indagine sulla gestione della cassa integrazione Covid da parte di alcune società del gruppo Visibilia, procedimento nel quale Santanchè è accusata di truffa aggravata ai danni dell’Inps.
Secondo la tesi sostenuta dalla difesa della parlamentare e condivisa successivamente dal Senato, la Procura avrebbe dovuto ottenere preventivamente l’autorizzazione della Camera di appartenenza prima di acquisire alcune comunicazioni private riconducibili alla senatrice.
Per Palazzo Madama, infatti, chat, email e messaggi elettronici godrebbero delle stesse garanzie previste per la corrispondenza tradizionale e rientrerebbero quindi nell’ambito delle tutele parlamentari previste dalla Costituzione.
Il precedente che cambia le regole
Alla base del ricorso vi è una delle sentenze più rilevanti degli ultimi anni in materia di immunità parlamentare, quella pronunciata dalla Consulta nel procedimento legato all’ex premier Matteo Renzi.
In quell’occasione la Corte stabilì che lo scambio di messaggi tramite strumenti digitali, comprese email, sms e applicazioni di messaggistica istantanea, deve essere considerato a tutti gli effetti una forma di corrispondenza.
Una lettura che ha ampliato significativamente la protezione prevista dall’articolo 68 della Costituzione e che ha modificato l’approccio delle procure nelle indagini che coinvolgono parlamentari.
Chat e WhatsApp equiparati alla corrispondenza
La pronuncia della Corte ha segnato una svolta rispetto all’orientamento seguito per anni dalla Cassazione.
In precedenza, i contenuti presenti nei telefoni cellulari o nei dispositivi elettronici venivano generalmente qualificati come documenti e potevano essere acquisiti dagli investigatori senza particolari autorizzazioni parlamentari.
La Consulta ha invece sostenuto che la comunicazione digitale rappresenta oggi la forma principale di corrispondenza privata e che, di conseguenza, merita lo stesso livello di tutela garantito alle lettere tradizionali.
Da quel momento i magistrati sono stati costretti ad adottare nuove cautele quando nelle indagini emergono conversazioni che coinvolgono deputati o senatori.
Le conseguenze sulle inchieste giudiziarie
L’impatto della sentenza si è già fatto sentire in diversi procedimenti recenti.
Le procure hanno iniziato a richiedere autorizzazioni preventive alle Camere anche quando i parlamentari non risultano formalmente indagati ma compaiono nelle conversazioni sequestrate ad altri soggetti coinvolti nelle inchieste.
Una prassi che sta interessando indagini economiche, finanziarie e politiche di grande rilievo e che potrebbe influenzare profondamente il lavoro degli inquirenti nei prossimi anni.
Cosa accadrà adesso
Con la dichiarazione di ammissibilità, il procedimento davanti alla Consulta entra ora nella fase di merito.
L’ordinanza sarà trasmessa al Senato, che dovrà notificare formalmente il conflitto alla Procura di Milano. Successivamente verranno depositate le memorie difensive e sarà fissata l’udienza davanti ai giudici costituzionali.
La decisione finale potrebbe avere effetti che vanno ben oltre il caso Santanchè. Una nuova conferma dell’orientamento già espresso nel caso Renzi rafforzerebbe ulteriormente le garanzie parlamentari sulle comunicazioni digitali, incidendo sul modo in cui le procure potranno acquisire e utilizzare messaggi, email e chat nelle future indagini.
Una decisione destinata a fare giurisprudenza
Al di là delle conseguenze sul procedimento che coinvolge Santanchè, il confronto tra Senato e magistratura milanese riporta al centro il delicato equilibrio tra esigenze investigative e prerogative parlamentari.
La futura sentenza della Corte Costituzionale potrebbe definire in modo ancora più preciso i confini tra il diritto dello Stato a perseguire eventuali reati e le garanzie riconosciute ai rappresentanti eletti, in un’epoca in cui gran parte delle comunicazioni passa attraverso smartphone, applicazioni di messaggistica e posta elettronica.
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