
Il brutale omicidio della quattordicenne Agostina, 105ª vittima dall’inizio dell’anno, ha spinto migliaia di persone a manifestare in tutta l’Argentina contro i femminicidi e contro i tagli alle politiche di protezione sociale del governo Milei
Quello di Agostina è il 105° femminicidio registrato in Argentina dall’inizio dell’anno, secondo i dati drammatici diffusi dall’organizzazione femminista Mumala (Donne della Matria Latinoamericana). In un Paese in cui le statistiche registrano ormai un femminicidio ogni 36 ore, la piazza ha espresso una “bronca” (una rabbia profonda) che ha unito nelle strade non solo decine di migliaia di donne, ma anche uomini e bambini, sia nelle grandi metropoli come Córdoba che nei villaggi più piccoli
Il tragico caso di Agostina riaccende la rabbia
Il grido “Ni una menos, vivas nos queremos!” (Non una di meno, ci vogliamo vive!) è tornato a risuonare con forza mercoledì 3 giugno in tutta l’Argentina. A scatenare questa gigantesca ondata di indignazione e dolore collettivo è stato il brutale omicidio di Agostina, una ragazza di soli 14 anni scomparsa per una settimana e i cui resti sono stati ritrovati sabato scorso nei pressi di Córdoba. I dettagli emersi sono agghiaccianti: la giovane è stata violentata, strangolata, smembrata e seppellita.
Il principale sospettato, un uomo di 34 anni, è stato arrestato e attualmente è sottoposto a perizie psichiatriche per determinarne la capacità di intendere e di volere. Il volto e il nome di Agostina – insieme a quelli di innumerevoli altre vittime meno mediatiche – erano impressi su migliaia di cartelli, portati in piazza da donne con gli occhi pieni di lacrime e i pugni alzati.
Nel mirino le politiche di Javier Milei e il ruolo dello Stato
L’omicidio dell’adolescente ha riacceso il dibattito sul ruolo dello Stato nella prevenzione di questi crimini e nell’accesso alla giustizia. La manifestazione ha assunto una forte connotazione di protesta contro l’attuale governo libertariano di Javier Milei, caratterizzato da una retorica che celebra l’individualismo e disprezza apertamente le lotte collettive.
Le leader del movimento femminista e i manifestanti denunciano con forza: lo smantellamento totale delle politiche pubbliche di prevenzione della violenza di genere, i drastici tagli ai bilanci statali destinati all’assistenza e alla protezione delle vittime e l’assenza dello Stato proprio mentre la crisi sociale ed economica rischia di esacerbare le violenze domestiche. In questo contesto, la massiccia risposta della società civile rappresenta un messaggio politico potentissimo contro la direzione intrapresa dalla presidenza Milei.
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