Circa 70 artisti firmano una lettera contro la presenza di Israele, Russia e Stati Uniti alla Biennale Arte 2026 di Venezia, riaprendo il dibattito su arte e politica
A poche settimane dall’apertura della Biennale Arte 2026, in programma dal 9 maggio a Venezia, cresce la polemica nel mondo dell’arte contemporanea.
Un gruppo di artisti e curatori coinvolti nella mostra principale ha diffuso una lettera pubblica per contestare la partecipazione di alcuni Paesi alla rassegna, chiedendo una presa di posizione più netta da parte dell’organizzazione.
La lettera firmata da decine di artisti
Il documento, sottoscritto da circa settanta figure del panorama artistico internazionale, tra cui Alfredo Jaar, Zoe Leonard e Tabita Rezaire, rilancia una richiesta già avanzata in precedenza da collettivi attivi nel dibattito politico e culturale globale.
Al centro della protesta vi è l’inclusione nella Biennale di Paesi accusati, secondo i firmatari, di essere coinvolti in conflitti e violazioni del diritto internazionale, tra cui Israele, Russia e Stati Uniti.
Tra coloro che hanno aderito all’appello figurano anche alcuni curatori della mostra principale “In Minor Keys”, ideata dalla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel 2025.
Il caso del padiglione israeliano all’Arsenale
Uno dei punti più contestati riguarda la presenza del padiglione israeliano negli spazi dell’Arsenale.
A rappresentare Israele sarà l’artista Belu-Simion Fainaru, scelta che ha sollevato critiche soprattutto perché consentirebbe al Paese di partecipare nonostante i lavori di ristrutturazione del padiglione ufficiale ai Giardini.
Secondo i firmatari, questa decisione contraddice il principio di neutralità dichiarato dall’istituzione veneziana. La partecipazione di Stati coinvolti in conflitti, sostengono, non può essere considerata una posizione neutrale, ma implica una responsabilità culturale e politica.
Arte e politica: due visioni contrapposte
Il dibattito mette in evidenza due visioni opposte del ruolo dell’arte.
Da un lato, i promotori della lettera chiedono un’esclusione dei Paesi coinvolti in conflitti, ritenendo che la cultura non possa prescindere da questioni etiche e politiche. Dall’altro, artisti come Fainaru difendono l’idea dell’arte come spazio aperto al dialogo, capace di superare le divisioni e favorire il confronto.
Questa tensione tra libertà artistica e responsabilità politica è uno dei temi centrali della polemica.
Il ritorno della Russia e le tensioni con l’Europa
A rendere ancora più complesso il quadro è la decisione di riammettere la Russia alla Biennale, dopo la sua assenza nel 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina.
Il ritorno di Mosca ha già generato reazioni critiche a livello internazionale, con l’Unione Europea che avrebbe ventilato la possibilità di sospendere finanziamenti destinati alla manifestazione.
Gli artisti firmatari sottolineano come i criteri adottati in passato dovrebbero essere applicati con coerenza anche nel contesto attuale.
La posizione della Biennale e le verifiche in corso
L’istituzione veneziana, guidata da Pietrangelo Buttafuoco, non ha commentato direttamente la nuova lettera.
In precedenti occasioni, la Biennale ha ribadito il proprio impegno a favore della libertà artistica, rifiutando ogni forma di censura o esclusione.
Nel frattempo, il ministero della Cultura, sotto la guida di Alessandro Giuli, ha avviato verifiche per accertare il rispetto delle normative, in particolare riguardo al padiglione russo.
Un dibattito destinato a continuare
La polemica sulla Biennale Arte 2026 si inserisce in un contesto globale sempre più segnato da conflitti e tensioni geopolitiche.
L’arte, ancora una volta, si trova al centro di un confronto che va oltre l’estetica, toccando temi etici, politici e sociali. Con l’avvicinarsi dell’apertura ufficiale, il dibattito è destinato ad intensificarsi, trasformando la manifestazione non solo in un evento culturale, ma anche in uno spazio di confronto internazionale.
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